L’organizzazione2018-10-19T17:24:07+00:00

L’organizzazione – Carcere di Bollate

Direttore: Fabrizio Rinaldi – Vice direttore: Cosima Buccoliero

Il compito della Direzione è quello di stabilire gli obiettivi dell’Istituto e cercare di raggiungerli attraverso il coordinamento delle Aree di cui si compone la struttura ( Area Sicurezza, Trattamentale, Segreteria, Amministrativo – Contabile) e le interlocuzioni con gli altri servizi ( Servizio Sanitario, Ser.T.) La Direzione, in sostanza, fissa la linea d’indirizzo della struttura nell’ambito delle direttive emanate dal Provveditorato Regionale e dal Dipartimento. Il primo Direttore della II Casa di Reclusione di Milano – Bollate è stato il Dr. Luigi Pagano, oggi Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria. Dal 2002 al 2011 la Direzione è stata affidata alla D.ssa Lucia Castellano, oggi Dirigente Generale dell’Esecuzione Penale Esterna. Dal giungo 2011 a settembre 2018 il Direttore è stato il Dr. Massimo Parisi che si avvalse del prezioso contributo del Direttore Aggiunto D.ssa Cosima Buccoliero in servizio presso la struttura dal 2002. Oggi il direttore Direttore Reggente è il Dott. Fabrizio Rinaldi.

Area Educativa
Capo Area: dott. Roberto Bezzi

L’Area Educativa della II Casa di Reclusione di Milano si compone di 18 educatori (di cui uno è il Responsabile), di 7 esperti in psicologia e criminologia (part time), di 4 agenti di rete (della coop. AEI) e di 4 operatori di connessione (della Coop. Articolo 3).
Alle attività dell’Ufficio di Segreteria Tecnica sono assegnate anche unità di polizia penitenziaria che collaborano nella tenuta dei fascicoli dell’osservazione e nella gestione dei programmi di lavoro all’esterno.
Gli educatori sono suddivisi per singoli reparti (unità detentive) e seguono i percorsi (di osservazione e trattamento) dei detenuti ivi ubicati, oltre a dei filoni di attività trasversali all’Istituto.
La loro presenza in Istituto copre 6 giorni su 7 e una fascia oraria che va dalle 08 del mattino alle 21 della sera, spesso sono presenti anche oltre questo orario sia per incontrare i detenuti che tornano dal lavoro all’esterno e dalla semilibertà, sia in occasione di eventi serali.
Su richiesta possono ricevere i familiari e i legali dei detenuti in caso di necessità e di confronto sui loro percorsi.
Le mansioni che svolgono sono disciplinate dalla normativa penitenziaria (in particolare artt. 13, 15. 82 della Legge 354 del 1975 e art. 27 del DPR 230 del 2000) e hanno principalmente due obiettivi: uno incide sulla qualità della pena (e cioè la sua umanizzazione) e l’altro la sua efficacia, strettamente ricollegata al finalismo rieducativo che la costituzione attribuisce alla detenzione.
Sono presenti quindi per accogliere il detenuto al momento dell’ingresso, per svolgere – insieme al resto dell’équipe – l’attività di osservazione della personalità del condannato e pertanto per stendere, una volta conclusasi l’osservazione, il relativo programma di trattamento che dovrà poi essere valutato dal Magistrato di Sorveglianza.
Il programma di trattamento consiste nella previsione di un percorso – da concordare con i detenuto – che consiste in attività (interne e/o esterne) finalizzate a far recuperare al soggetto il senso di autoefficacia attraverso la valorizzazione delle sue potenzialità che dovrebbero agevolare, quindi, la sua fuoriuscita dal sistema delinquenziale.
All’Area afferiscono anche tutte le figure di supporto educativo del privato sociale che, grazie a progetti finanziati per lo più dagli enti locali, svolgono essenziali funzioni di accompagnamento educativo e di inserimento all’esterno del detenuto.

La Vision dell’Area Educativa

Le azioni pedagogiche e in genere l’idea della possibilità di cambiamento vengono associate spesso unicamente all’età adolescenziale, quando, cioè, la struttura di personalità è in divenire e si può incidere sulle scelte di vita e sulla costruzione identitaria. In tale ottica l’età adulta diviene un punto di arrivo ma anche di non ritorno.
In realtà le teorie andragogiche da tempo evidenziano quanto l’età adulta non abbia caratteristiche di stabilità ma si presti a varie transizioni nel corso di essa.
L’idea “rigida” dell’adulto come meta si lega ad una visione “mitica” di esso e mal si colloca in una società – come quella attuale – nella quale l’adulto si trova spesso a vivere mutamenti di rilievo, quali la separazione (e la riorganizzazione degli assetti familiari) o la perdita del lavoro (e la conseguente necessità di riqualificarsi).
In queste situazioni l’adulto riesce (grazie alle plurime possibilità di essere) a trasformarsi e vivere nuove esperienze, ricollocandosi con un diverso ruolo nella società.
La popolazione detentiva adulta – spesso proveniente da ambienti sociali degradati – può altresì scegliere la via del cambiamento (che ovviamente deve nascere da una scelta) e le strutture penitenziarie si devono fra carico di offrirne la possibilità.
Il concetto di cambiamento in età adulta spesso si muove attorno a temi centrali quali l’amore o il lavoro. Il mondo affettivo può provocare un cambiamento (si pensi ad esempio alle separazioni coniugali) ma altresì le opportunità/esigenze di ri-immettersi nel mondo produttivo con una qualifica diversa da quella sperimentata da anni.
Non a caso il lavoro (come i rapporti con la famiglia) rientra tra gli elementi del trattamento penitenziario, in quanto occasione per il cambiamento, in base alle potenzialità pre-esistenti e spesso inespresse dalla persona. Il ruolo dell’educatore ritrova allora la sua forma primaria del “tira fuori” dall’altro quelle parti positive di sé che non aveva sperimentato.
L’offerta di attività in ambito penitenziario non è pertanto un modo (deprecabile) per spendere soldi pubblici al fine di intrattenere gli ospiti ma un primo concreto aiuto al cambiamento, alla sollecitazione ad immaginarsi diversi.
Spesso gli operatori notano quanto la possibilità di sperimentare con successo un ruolo lavorativo gratificante (e cioè anche scoprire come guadagnare in modo lecito) unito all’acquisizione di strumenti culturali porti il soggetto recluso a cambiare anche il modo di “stare” con gli altri e di porsi con se stesso. Il lavoro comporta ovviamente impegno, capacità, acquisizione di regole che una volta apprese in ambito penitenziario possono essere spese anche al di fuori.
Da ciò l’idea di rendere il “dentro” simile al “fuori” (e non giù per rendere più “gradevole” il tempo della detenzione) cioè per agevolare la possibilità di scegliere e di cambiare.
Le istituzioni “totali” incidono negativamente sulla struttura di personalità del ristretto e pertanto la pena certa spesso acclamata rischia di afferire ad un idea quasi “magica” del potere della chiusura (e della sofferenza) in sé. Quasi che la chiusura – senza altri contenuti – avesse un potere terapeutico.
Il potere di persuasione/manipolazione di un luogo di questo tipo, in termini di comportamento, è immenso e più la detenzione è lunga e il regime rigido, più sono visibili gli effetti sulla persona (anche in base a età e struttura della personalità).
Il termine prisonizzazione attiene alle potenzialità insite nel carcere di modificare la personalità e il comportamento del detenuto e fu coniato da Clemmer nel 1940. Spesso il carcere slantentizza problemi psichici preesistenti ma al contempo, se vissuto come evento traumatico, può causare un vero e proprio disturbo post traumatico da stress. Negli studi criminologici si sono più volte affrontate quelle che la letteratura indica quali psicosi carcerarie: disturbi paranoici, la sindrome di prisonizzazione e la sindrome di Ganser.
La sindrome di prisonizzazione è stata riscontrata soprattutto nei regimi più isolati, senza stimoli e con un tempo monotono che scandisce le giornate detentive e si esplicita in un totale adattamento del soggetto che perde ogni capacità di resistenza e opposizione, uscendo dall’esperienza detentiva così impoverito da non avere strumenti (psicologici e sociali) per affrontare la vita all’esterno. È la conseguenza di un concetto di carcere, ormai superato, come luogo di correzione e addomesticamento che però produceva effetti desocializzanti.
Per evitare fenomeni di vera e propria prisonizzazione, che una volta fuori comportano esclusione sociale e stigmatizzazione, l’organizzazione di un carcere (si veda l’attuale normativa penitenziaria) deve essere il più simile possibile a quella del mondo esterno. La comunità che da fuori entra nel carcere ha come primaria funzione quella di sollecitare (culturalmente ) il detenuto, di portare dentro un pezzo di fuori, di combattere la passivizzazione che rischia di annientare il detenuto.
Spesso scoprendo parti nuove e positive di sé (nonché efficaci e funzionali socialmente), il detenuto è in grado di essere altro da ciò che è stato, di trovare interessanti e appaganti attività (lecite) mai sperimentate prima.
Da qui l’esigenza di offrire a tutti la possibilità di scegliere altri percorsi, di acquisire altre competenze, di trovare una strada individuale che possa portare fuori dal carcere e dal sistema penale.
Si segnala che in merito alla valutazione sull’efficacia dei percorsi che si strutturano in questa Casa di Reclusione, è stata recentemente pubblica una ricerca sulla recidiva realizzata da ricercatori dell’Università di Essex e dell’Einaudi Institute for Economics Finance, in collaborazione con il Sole 24ore su richiesta del Ministro della Giustizia nel 2012. La ricerca dimostra che un carcere aperto e con una forte impostazione umanizzante riduce la recidiva. (Rehabilitating rehabilitation: prison condition and recidivism, nella sezione Papers 2014 del sito dell’Ente www.eief.it)

Area della Sicurezza
Comandante: V.Commissario Antonino Giacco

Il Corpo di Polizia Penitenziaria è stato istituito con legge 15 dicembre 1990 n. 395, a seguito della soppressione del Corpo degli Agenti di custodia e del ruolo delle vigilatrici penitenziarie, come previsto dall’art 2 della medesima legge.
Organizzato secondo un sistema gerarchico ad ordinamento civile, esso è posto alle dirette dipendenze del Ministero della Giustizia, Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, istituito con legge 395/1990 in luogo della Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e di Pena.
La Riforma del 1990 ha attribuito al Corpo di Polizia Penitenziaria oltre ai tradizionali compiti di assicurare l’ordine e la sicurezza all’interno degli Istituti di pena, anche quello di partecipare alle attività di osservazione e trattamento delle persone condannate, per l’attuazione del fine costituzionale sancito dall’art 27, 3° comma, oltre che i servizi di traduzione e di piantonamento di detenuti ed internati ricoverati presso luoghi esterni di cura.
Con la legge di Riforma, l’ampliamento delle funzioni e dei compiti e l’introduzione dei ruoli direttivi si è resa concreta una nuova prospettiva delle attività e delle funzioni demandate alla Polizia Penitenziaria.
Ai sensi dell’art 57 c.p.p. agli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria è attribuita, in funzione del ruolo di appartenenza, la qualifica di agenti e ufficiali di Polizia Giudiziaria a competenza generale. Sono attribuite, inoltre, la qualifica di agente e, agli appartenenti al ruolo dei Commissari, quella di sostituto ufficiale di pubblica sicurezza, concorrendo all’assolvimento dei compiti di ordine e sicurezza e del servizio di pubblico soccorso ai sensi dell’art 16, Legge 1 aprile 1981 n. 121 e degli artt. 6 e 21 D.L.vo 21.05.2000 n. 146.
Al personale di Polizia sono altresì attribuiti i servizi di Polizia Stradale in relazione ai compiti di istituto, ai sensi dell’art 12, lett. F bis, Codice della Strada.
L’organizzazione funzionale degli Istituti di pena incardina il Corpo di Polizia Penitenziaria all’interno dell’Area Sicurezza, a capo della quale è preposto il Comandante del Reparto, un funzionario del Corpo appartenente al ruolo dei Commissari. Superando la logica dell’emergenza e introducendo nuovi concetti di gestione, presso il Carcere di Bollate, l’Area Sicurezza attualizza il principio della vigilanza dinamica delineando così il definitivo passaggio da una sorveglianza custodia ad una sorveglianza conoscenza attraverso la semplificazione, razionalizzazione e qualificazione dei carichi di lavoro, distinti sulla base dei diversi livelli di competenza e di quelli di titolarità dei processi relativi.
Un metodo operativo che anche se riguarda in primo luogo il personale di Polizia non si riferisce solo ad esso, essendo la conoscenza derivata dalla circolarità del patrimonio informativo frutto di una collaborazione integrata delle diverse professionalità che operano all’interno del carcere.
Con la vigilanza dinamica, la logica dei posti di servizio di Polizia è stata definita sulla base degli uomini a disposizione, configurata mediante la previsione del presidio degli snodi cruciali e con l’organizzazione di una pattuglia in servizio dinamico di controllo del territorio-carcere.
L’organizzazione delle attività si modula all’interno di un sistema gerarchico suddiviso per competenza e distinto in unità operative, secondo la previsione contenuta nell’art 33 D.P.R. 15 febbraio 1999 n. 82, a capo delle quali è posto personale appartenente al ruolo degli Ispettori o dei Sovrintendenti.

Area della Segreteria
Capo Area: dr. Lino Martucci

Si occupa della spedizione della corrispondenza della popolazione detenuta, altri uffici sono preposti alla ricezione e al rilascio delle richiesta per le tessere di riconoscimento, alle nomine di assistenti volontari, alla predisposizione di ordini di servizio, avvisi, autorizzazioni d’ingresso e tessere d’ingresso, alla registrazione della corrispondenza dell’istituto in entrata e in uscita.

Area Contabile
Capo Area: dr.ssa Stefania Valletta

Si occupa di tutta la parte amministrativa e contabile della casa circondariale, si suddivide in uffici con compiti specifici, come ad esempio la Ragioneria (preposta alla gestione dei fondi assegnati dal Ministero, degli ordini e degli acquisti del materiale, nonché delle gare d’appalto), l’Ufficio Conti Correnti (competente in merito alla gestione finanziaria dei conti delle persone private della libertà e dei detenuti semiliberi), o ancora l’Ufficio Cassa(amministra il fondo detenuti, il conto corrente postale, la gestione finanziaria dei detenuti semiliberi, il pagamento di stipendi e competenze varie del corpo di polizia penitenziaria).

Area Sanitaria
Coordinatore Dr. Roberto Danese

Il personale e i servizi dell’Area sono in convenzione con l’azienda Ospedaliera Santi Paolo e Carlo di Milano, l’attività sanitaria si articola in turni di Guardia Medica continuativa e attiva che coprono le 24 ore giornaliere che svolgono la loro attività all’interno del locale Pronto Soccorso e dalla presenza di ulteriori Medici che effettuano funzione di Medico di base all’interno dei Reparti. Tutta l’Attività sanitaria si svolge con la collaborazione di Personale Infermieristico che effettua turni continuativi nelle 24 ore.
L’area offre servizi specialistici con medici convenzionati per le principali necessità dell’utenza (psichiatri, ortopedico, cardiologo, urologo, ginecologo ecc) e la presenza stabile di psicologi.
Il Blocco Infermeria comprende n. 35 posti di degenza comune (di questi, 4 posti di isolamento sanitario), l’Ambulatorio di Pronto Soccorso e gli Ambulatori Specialistici.

SERT
Coordinatore: dott. Francesco Scopelliti

È attiva un’équipe multidisciplinare (psicologi, educatori, assistenti sociali, medico, infermiera) facente capo all’Azienda Ospedaliera Santi Paolo e Carlo per la diagnosi, la certificazione e il trattamento delle dipendenze (da sostanze stupefacenti, da alcool, da gioco) e che segue in modo individuale e di gruppo i detenuti con le suddette problematiche.
La stessa équipe, di concerto con i SerT del territorio, formula i programmi terapeutici per le misure alternative alla detenzione per gli alcool/tossicodipendenti.